Pensieri su “Storie della tua Vita”

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Photo by Christin Hume on Unsplash

Nel 2016, l’uscita del film “Arrival” ha portato alla notorietà presso il grande pubblico Ted Chiang, l’autore di “Storie della tua Vita,” il racconto da cui il film di Denis Villeneuve è tratto. A distanza di due anni ho finalmente letto libro e di seguito riporto gli spunti di riflessione che mi ha stimolato.

Storie della Tua Vita raccoglie, oltre a quello che dà il titolo all’antologia, altri sette racconti scritti tra il 1990 e il 2001. È classificato come un libro di fantascienza ma non credo che la definizione calzi, almeno non per tutte le storie, però la formazione scientifica dell’autore traspare sempre, anche quando i racconti virano più sul mainstream o sul fantasy. Non è una lettura facile, Chiang è molto cerebrale, preferisce soffermarsi a riflettere su temi che lo ispirano più che tessere la trama di una storia piena di azione, ma questo è il punto di forza di tutta l’opera: stimolare domande, far nascere pensieri, portare a espandere le proprie conoscenze. Uno per uno, i racconti sono speculazioni su concetti di matematica, geometria, fisica o testi sul linguaggio.

Torre di Babilonia

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Lo so, è la torre di Pisa, ma la foto rende bene l’idea. Credit: Pixabay

È il racconto più fantasy della raccolta e prende spunto, come suggerisce il titolo, dal mito della torre di Babele. Al di là dell’ambientazione, la storia pone questioni interessanti, prima fra tutte quella delle dimensioni. Secondo quanto descritto, Salire fino alla cima della torre con un carro carico di mattoni richiede un viaggio di 4 mesi; per fare un esperimento ho misurato quanto ci metto a salire a piedi i 6 piani del palazzo in cui abito: ci ho messo 1 minuto, poniamo che con carico e fatica questo tempo si allunghi a 2 minuti. Ora, sei piani sono 18 metri, assumendo di mantenere lo stesso ritmo per 10 ore al giorno l’altezza totale della torre sarebbe:

A causa della sua enorme altezza, e del tempo necessario per salire, la torre si trasforma in una , i cui abitanti non scendono mai a terra e trascorrono la loro esistenza sospesi, coltivando ortaggi su orti pensili e allevando animali. La torre è quindi la prima della storia.

Ancora più intrippante è il concetto della torre come ponte che connette la terra e il cielo, due mondi apparentemente estranei che però, a volte, possono coincidere tra loro. Non aggiungo altro per non rivelare troppo, però mi è venuto in mente questo…

Capisci

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Credit: Pixabay

Capisci tratta del superamento delle capacità umane attraverso l’assunzione di farmaci, e del raggiungimento di un livello di consapevolezza tale da riuscire a comprendere e controllare i meccanismi che regolano il funzionamento della nostra mente. L’utilizzo di smart drugs, o nootropi (ho imparato il termine facendo ricerche per un racconto che sto scrivendo) per essere più produttivi nello studio o sul lavoro non è certo una novità, e il trend è in crescita in tutto il mondo, con casi estremi a mio parere piuttosto inquietanti.

La domanda interessante che pone il racconto è però: “cosa fare se si dispone di capacità mentali straordinarie?” Cercare di salvare l’umanità da quello che sembra essere un percorso verso l’autodistruzione? Trovare una cura per il cancro? Arricchirsi? O crogiolarsi nella contemplazione della propria aumentata capacità di comprensione della realtà?

Divisione per zero

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qui nascosta c’è una divisione per zero

L’operazione di divisione per zero è impossibile per la sua stessa definizione:

In questo racconto, il più breve della raccolta, Chiang affronta un problema tutt’altro che banale: cos’è la matematica? Qual è il suo rapporto con il mondo fisico? cosa succederebbe se venisse meno la sua coerenza? E come reagirebbe un matematico a questa scoperta?

Letture consigliate (un po’ pese):
Bertrand Russel, I Principi della Matematica
Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach. Un’eterna ghirlanda brillante.

Storia della tua vita

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e se potessimo vedere tutto il tempo assieme? Credit: Pixabay

Alla base del racconto c’è il concetto di principio variazionale, la cui idea portante è quella di caratterizzare un movimento o una traiettoria non attraverso un’equazione differenziale, ma mediante una proprietà di minimo o massimo rispetto a una famiglia di movimenti o traiettorie. Detto in soldoni: se devo descrivere il percorso più veloce tra due punti non lo esprimo con l’equazione di una particella che si muove da uno all’altro, ma come il minimo tra tutte le curve che connettono i due punti stessi.

Potrebbe sembrare una sottigliezza matematica ma il concetto alla base è profondamente diverso: l’equazione differenziale è locale, cioè descrive il moto punto per punto e dipende dalle coordinate del sistema di riferimento, il principio variazionale è globale, in sostanza vede tutta la traiettoria nello stesso momento.

Nel racconto gli alieni sono “variazionali” rispetto al tempo, mentre noi siamo locali: per loro il tempo è un paesaggio che possono apprezzare nella sua totalità, per noi è una freccia di cui sperimentiamo il presente e ricordiamo il passato. La protagonista, imparando la scrittura aliena, impara anche questo modo di percepire il tempo e si trova a conoscere il suo futuro, e ad adattare le scelte che deve compiere a questa sua nuova conoscenza.

Per far fumare ancora di più le meningi al povero lettore, sorge poi la domanda: ma se io conosco il mio futuro e modifico le mie azioni in base ad esso, non lo sto modificando? Questo è uno dei paradossi più descritti nella fantascienza, e una delle ossessioni di Philip K. Dick, che l’ha affrontata in moltissime sue opere, una su tutte Minority Report.

Dal punto di vista dello stile, il racconto mi ha ricordato il concetto di tempo curvo presente in Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.

Consiglio la visione di , è un ottimo film e per una volta Jeremy Renner non ammazza nessuno.

Settantadue lettere

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Nella storia originale del golem, il rabbino imprimeva sulla fronte del pupazzo la parola “EMET.” Credit: Pixabay

Il racconto prende spunto dalla leggenda del Golem rielaborandola in chiave steampunk. Alla base della storia c’è l’utilizzo di particolari tecniche di nomenclatura per animare degli automi che svolgono i più svariati compiti; la nomenclatura è quindi la scienza più importante nella realtà alternativa in cui si svolge la vicenda, assieme alla nascente termodinamica. Più che la commistione tra una scienza “vera” come la termodinamica e una fittizia, quello che mi ha colpito di più nel racconto è stato il ruolo del linguaggio: sono i nomi che danno la vita ai golem, e permettono agli automi stessi di replicarsi; sono sempre i nomi che assicurano la continuità alla specie umana, fornendo la capacità riproduttiva. Un nome, un codice, adeguatamente costruito, permette alle specie viventi di formarsi e generare discendenti.

Insomma, stiamo parlando di DNA.

Le lettere sono 72, perché questa era la lunghezza del nome di Dio nella Cabala.

Come spunto di lettura consiglio di leggere il Golem di Gustav Meyrink

L’evoluzione della scienza umana

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e se la scienza diventasse troppo complicata per essere capita da uomini normali? Credit: Pixabay

Il tema del racconto è un classico: l’esistenza di esseri umani potenziati, con capacità intellettive superiori, che però qui viene declinato in rapporto alla scienza. L’intelligenza di questi meta-umani è tale che i loro progressi in campo scientifico sono così grandi da rendere le loro scoperte incomprensibili agli umani normali, che quindi riducono tutti i loro studi alla traduzione semplificata della scienza meta-umana.

Bella la scelta dello stile, simile a quello di un saggio, e intrigante il tema, per uno che come me è cresciuto a esperimenti e riviste

L’inferno è l’assenza di Dio

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l’aaparizione di un angelo porta con sé vita e distruzione. Credit: Pixabay

È una riflessione su Dio. Quello descritto qui non è un Dio giusto e misericordioso, e neppure un’entità malvagia, ma agisce in modo caotico e incomprensibile agli umani, non elargisce ricompense o castighi, non si cura nemmeno delle sue creature. Tuttavia è un Dio reale, che si manifesta concretamente nel mondo attraverso i suoi angeli, dispensando in egual misura miracoli e distruzione. L’amore verso di lui quindi è, nei devoti, assoluto, perché non prevede nessun premio e non è contraccambiato, pertanto è ancora più vero.

Mi ha ricordato in qualche modo il racconto di Borges, contenuto nella raccolta Finzioni.

Amare ciò che si vede: un documentario

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cosa succederebbe se non fossimo in grado di riconoscere la bellezza? Credit: Pixabay

Come sarebbero le nostre vite se non fossimo più in grado di farci influenzare dalla bellezza fisica? Che ne sarebbe della pubblicità? Riusciremmo a giudicare le persone per quello che sono e non per come appaiono? Ci sarebbero meno pregiudizi e più uguaglianza? Oppure diventeremmo degli esseri umani monchi, incapaci di apprezzare la bellezza, privati di qualcosa che ci appartiene?

Il racconto non dà una risposta, ma con una narrazione che riprende lo stile documentaristico, fornisce diversi punti di vista contrastanti, portando il lettore a oscillare tra un’opinione e la sua opposta.

Writer and science communication enthusiast, I think science can be fun and everyone can understand it!

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