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dannati incipit! (image credit: Pixabay)

Io ho un problema coi finali.
Come lettore tendo a dimenticarmi quelli dei libri che ho letto, mentre da scrittore faccio sempre un gran lavoro per creare finali che siano all’altezza delle aspettative e non scadano nella banalità.

Bene, scrivi un articoli sugli incipit e cominci parlando di finali? mi sembra tu abbia le idee piuttosto confuse…

Il fatto è che, trovandomi in difficoltà con i finali, ho sviluppato una passione osssessiva per l’estetica degli incipit, tanto da spingermi a raccogliere qui quelli che, a mio parere, sono fra i migliori.

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Image crediti: Pixabay

William Gibson, Neuromante (1984).

Qui cè tutto: la resa realistica del colore del cielo, l’immagine della megalopoli, il contrasto tra la realtà umana (il porto) e una natura devastata (il colore artificiale del cielo), l’idea di decadenza (il canale morto).

William Gibson, L’Accademia dei Sogni (2003).

Si nota che Gibson è uno dei miei autori preferiti?
Anche questo è un incipit perfetto, il presente ti butta dentro al jet lag di Cayce, ti fa sentire esattamente come ti sentiresti dopo un volo intercontinentale in cui non sei riuscito a dormire.

Richard Matheson, Io Sono Leggenda (1954).

Chi sono loro? Perché escono al tramonto? E come mai Robert è così preoccupato di rientrare prima che lo facciano? Una frase carica di suspence e domande irrisolte, che prende il lettore per la gola e lo costringe ad andare avanti per scoprire cosa succederà.

Franz Kafka, Il Processo (1925).

Una frase apparentemente banale che però nasconde elementi disturbanti: chi ha calunniato Josef K.? e cosa può aver detto di così terribile da farlo arrestare? ma, soprattutto, come può essere una bella mattina?

Hunter S. Thomson, Paura e Disgusto a Las Vegas (1971)

Una sola frase che raccoglie tutta l’essenza del libro e fa da preludio a tutto ciò che accadrà dopo.

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caro, vecchio, Jack…

Stephen King, Shining (1977).

Qui purtroppo siamo tutti viziati dall’omonimo film di Kubrick perché nel leggere la frase immaginiamo Jack Nicholson che pensa a quelle tre parole: piccolo — stronzo — intrigante.
E sappiamo già che niente potrà finire bene.

Chuck Palhaniuk, Invisible Monsters (1999).

L’autore non racconta di sé, né di altre persone che ti farà conoscere in seguito; l’autore sta parlando proprio a te, ti afferra per la collottola e ti porta dentro il libro, in un posto dove, al contrario di quello che dice lui, non vorresti essere.

Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine (1967).

Qui siamo sul classico. Anche chi non ha letto il libro conosce l’incipit, il tempo curvo, Macondo e bla bla bla. Da parte mia, trovo che questo inizio, nel rimandare a piani temporali diversi, nell’accostare un momento cruento come l’esecuzione con la scoperta di qualcosa così banale ma al tempo stesso esotico in un paese tropicale come il ghiaccio, sia pura poesia.

BONUS (segnalato da Ilaria Pasqua):

Aimee Bender, Un segno invisibile e mio (2011)

Non commento perché non ho letto il libro, ma, cavolo, una tizia con un’ascia! Wow!

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una tizia con un’ascia… photo by Annie Spratt on Unsplash

Questi sono alcuni degli incipit che reputo memorabili, se non siete d’accordo, o se ne volete segnalare altri, lasciatemi un commento, sarà molto gradito!

Se vi interessa sapere qualcosa di più su quello che ho scritto, visitate www.diegotonini.com

Writer and science communication enthusiast, I think science can be fun and everyone can understand it!

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